Va eseguito su vari terreni di coltura e può fornire indicazioni sulle specie presenti o prevalenti; come pure, se pilotato in fase di richiesta, sulla presenza di microrganismi emergenti. L’antibiogramma sarà richiesto:

  • se si tratta di una broncopatia, solo sulle specie presenti in concentrazione elevata (> 108 germi/mL);
  • se si tratta di una polmonite, su qualsiasi germe isolato.

Si prenderanno sempre in considerazione solo i chemioterapici che diffondono bene dal sangue al tessuto polmonare. E’ molto importante tenere presenti i limiti entro i quali l’indagine batteriologica dell’espettorato può fornire dati utili per le diagnosi. Nelle broncopatie i dati ottenuti sono di importanza rilevante. Nelle polmoniti invece un’emocoltura è sempre consigliata. Di scarsa redditività è l’esame di materiale proveniente da forme ascessuali. Vanno presi in considerazione i microrganismi responsabili di affezioni polmonari, distinguendo se si tratta di pazienti ambutatoriali o di pazienti ricoverati in Ospedale (data la diversità della flora predominante nei luoghi di ricovero) e va presa in considerazione la possibile presenza di microrganismi “emergenti” nella patologia umana.

INFEZIONI DA BATTERI, VIRUS, PROTOZOI

  1. L’agente eziologico è individuato in base all’esito delle colture. Le affezioni da Str. pneumoniae e da H. influenzae sono molto frequenti; quelle da Pseudomonas sp. e da Enterobacteriaceae colpiscono più frequentemente individui defedati, eventualmente ricoverati in Ospedale. Particolare interesse desta lo Stafilococco produttore di lattamasi e meticillino-resistente. Le affezioni da miceti (Candida, istoplasmosi, coccidioidomicosi) vanno accertate con l’isolamento, ma per certe specie la presenza in circolo di anticorpi deve essere dimostrata, per una valutazione di patogenicità. Per l’istoplasmosi, ad esempio, si esegue una metodica di co-agglutinazione.
  2. Le affezioni da protozoi (pneumocystis carinii) richiedono materiale prelevato con metodo cruento; le caratteri­stiche cisti a otto nuclei vengono identificate mediante colorazione secondo Giemsa.
  3. Le affezioni da Micobatteri vengono diagnosticate ricercando la presenza di germi acido-alcool-resistenti. La tec­nica di colorazione di Ziehl-Neelsen è quella tuttora maggiormente seguita. Successive colture sono necessarie per identificare i micobatteri responsabili, siano essi appartenenti alla specie Mycobacterium tuberculosis complex (che include il M. hominis e il M. bovis), o a micobatteri diversi dal bacillo tubercolare, che includono il M. Kansasii, il M. scrofulaceum, il M. avium complex (Mac, anche detto M. avium intracellulare), il M fortuitum chelonei complex, e altri. Una distinzione tra il M hominis (il più frequente) e tutti gli altri micobatteri può essere facilmente fatta ese­guendo il test alla niacina (positivo solo per il M. hominis). Tra i micobatteri non tubercolari (di frequente reperto nei pazienti immunodepressi) devono essere studiati soprattutto quelli patogeni per l’uomo, cioè quelli elencati sopra. Sul ceppo isolato va eseguito un antibiogramma. I medicamenti che rappresentano la base della terapia antitubercolare sono isoniazide, rifampicina, etambutolo e pirazinamide. L’impiego della streptomicina è riservato a forme particolari. L’esecuzione dell’antibiogramma è essenziale nei casi che, dopo un ciclo iniziale di terapia, non si sono negativizzati. Questi dati terapeutici riguardano anche il patologo clinico, che deve tenere sotto controllo alcune variabili. La rifampicina, per quanto ben tollerata, ha la caratteristica, essendo eliminata per via biliare e riassorbita dall’intestino, di entrare in competizione con la bilirubina e altre sostanze (bromosulfaleina) per l’eliminazione biliare. Di qui la possibile comparsa di itteri; ma una vera e propria lesione epatica può verificarsi solo quando alla rifampicina si associa l’isoniazide ad alte dosi. E dunque necessario tenere sotto controllo il fegato (bilirubinemia, transaminasi, fosfatasi alcalina) almeno nel primo mese di cura. Alcuni raccomandano di dosare l’isoniazide in circolo, allo scopo di raggiungere e non superare la sua concentrazione efficace, che sta intorno a l,5 µg/mL 3 h dopo la somministrazione della dose giornaliera. Anche la funzionalità renale va sorvegliata, soprattutto se si somministra etambutolo (che è eliminato per questa via).
  4. Le affezioni da Chiamidia trachomatis sono da ricercare nei processi polmonari acuti del lattante. Vi è oggi la possibilità di mettere in evidenza il microrganismo con un metodo di immunofluorescenza indiretta. Lo studio della psittacosi, polmonite da Cirlamidia psittaci, richiede l’isolamento dell’agente; la diagnosi si pone con criteri anamne­stici (sono di solito malattie professionali, che colpiscono coloro che, per ragioni di lavoro, hanno contatto con gli uccelli) e sierologici (deviazione del complemento).
  5. Nei primi periodi della vita, sono pure possibili infezioni da Virus Respiratorio Sinciziale. Si tratta di infezioni acute, la cui diagnosi è oggi possibile mediante osservazione diretta del materiale patologico in immunofluorescenza oppure mediante la ricerca dell’antigene con metodo immunoenzimatico.
  6. La ricerca della Bordetella pertussis, agente della pertosse, è difficile. Essa richiede terreni di coltura molto arricchiti e tempi di incubazione piuttosto lunghi (3-4 giorni); inoltre, sebbene il germe possa rimanere a lungo ospite dell’organismo (5 settimane o più), la ricerca colturale dà esito negativo dopo pochi cicli di terapia antibiotica. Il pre­lievo va preferibilmente eseguito mediante l’introduzione nelle cavità nasali di un tampone flessibile, che deve rag­giungere il rinofaringe e qui prelevare il campione di muco da seminare subito su terreno di Bordet e Gengou. La ri­cerca dei germi veicolati da gocce di saliva dopo colpo di tosse su piastra idonea dà molto raramente risultati positivi. Un altro dato utile per la diagnosi è la presenza di una linfocitosi assoluta (più di 20.000 linfociti/mm3).
  7. Le infezioni da Mycoplasma pneumoniae sono frequenti. Il micoplasma è rappresentato da elementi pleomorfi, sensibili alle tetracicline e all’eritromicina. Esso è capace dì crescere su terreni privi di cellule, dando colonie che hanno uno strano aspetto di “uovo sul piatto”; il Mycoplasma può dar luogo a piccole epidemie, soprattutto fra scolari (che introducono la malattia in famiglia). L’infezione colpisce le vie respiratorie, ma non sempre dà luogo a una polmonite. La “polmonite atipica primaria” da Mycoplasma (caratterizzata dal contrasto tra benignità dei sintomi ed entità delle manifestazioni radiologiche) si presenta come un’affezione influenzale a incubazione un po’ più lunga (10-30 giorni) con tosse ribelle. La diagnosi è facilitata dalla ricerca degli anticorpi antimicoplasma su sangue prelevato all’inizio della malattia e tre settimane dopo: la loro concentrazione sale di almeno quattro volte, in presenza di un’infezione da micoplasma. In passato è stata molto usata, per la diagnosi delle infezioni da Mycoplasma, la ricerca delle agglutinine fredde nel siero, che spesso dà esito positivo. La specificità di questa ricerca è però modesta, essendo essa positiva anche in altre malattie virali, in alcune emopatie e nella sarcoidosi. La presenza di agglutinine fredde nel siero può essere spiegata dall’esistenza di un’antigenicità crociata fra membrana eritrocitaria e membrana del micoplasma (quest’ultima contiene un antigene di struttura simile a quello dell’antigene I della membrana eritrocitaria). Il siero di questi pazienti può dunque acquistare la capacità di agglutinare gli eritrociti umani di gruppo O alla temperatura di 4-10°C, a titolo elevato. Il primo sintomo che mette in guardia il patologo clinico è il reperto di una concentrazione ematica di eritrociti sorprendentemente bassa: per esempio, 500.000/mm3. Ciò è dovuto a un’agglutinazione in provetta degli eritrociti, tanto è vero che, ripetendo il conteggio con un campione di sangue mantenuto a 37°C, i valori ritornano vicini a quelli abitualmente riscontrati nel soggetto sano. Il test di Coombs diretto è positivo nell’83% dei casi.
  8. La Legionella pneumophila è la specie più diffusa delle Legionelle, delle quali si conoscono sei sierotipi antigenici. Essa è responsabile di affezioni polmonari caratterizzate dall’acuzie (tosse, dolore toracico, dispnea) e da una prognosi preoccupante se non opportunamente trattata. La malattia è nota come malattia dei legionari, perché si è fatta co­noscere per aver provocato una piccola epidemia fra i membri di un’associazione paramilitare riuniti a congresso a Filadelfia. In Italia, piccoli focolai epidemici sono stati segnalati sulle riviere Adriatica e Ligure. La malattia colpisce spesso individui operanti in ambienti ad aria artificialmente umidificata. La diagnosi di laboratorio preferibile è quella sierologica.

 

< Torna all’elenco analisi